venerdì 18 aprile 2014

Erwin Schrödinger scienziato-filosofo

Un raffinato intellettuale nella Mitteleuropa del Novecento

Erwin Schrödinger
Il 4 gennaio del 1961 all’età di settantatré anni scompariva a Vienna, sua città natale, Erwin Schrödinger, grandissimo uomo di cultura, uno dei protagonisti del terremoto concettuale che ha scosso la fisica dell’inizio del secolo scorso e premio Nobel nel 1933. Si concludeva così, da dove era partita, un’avventura terrena ricca di conquiste intellettuali e scelte coraggiose come quella, pochi mesi prima del conferimento del premio Nobel, di abbandonare la prestigiosa cattedra di fisica teorica di Berlino, che era stata di Planck, per non dover sottostare alle imposizioni del nascente regime hitleriano.

L’atto di nascita della fisica quantistica viene solitamente identificato con il lavoro di Max Planck del 1900 e con la formulazione del quanto elementare d’azione: l’energia emessa o assorbita in un qualunque processo fisico deve essere multipla di una certa quantità non divisibile ulteriormente.

È da lì e dai successivi contributi di Einstein, Bohr e Sommerfeld che parte quella valanga concettuale che travolgerà la fisica del Novecento e che culminerà con la costruzione di una meccanica più adeguata alla descrizione del mondo miscroscopico di quanto lo fosse quella newtoniana. Ed è proprio alla costruzione della nuova meccanica che dà il suo contributo fondamentale Erwin Schrödinger, giungendo nel 1926 all’equazione differenziale che oggi porta il suo nome e che formalizzava in modo adeguato le intuizioni del fisico francese Louis de Broglie sulla natura ondulatoria della materia.

domenica 13 aprile 2014

Media e scienza: quando le scorciatoie diventano scivoloni

Capita che sui quotidiani italiani si tenda a preferire un linguaggio sensazionalista alla comunicazione precisa e completa

Scott e Mark Kelly
Al riparo dai buontemponi che ogni primo di aprile ci allietano con qualche scherzo ben confezionato, anche tra le pagine dei giornali, nessuno ha certo pensato male quando si è imbattuto nell’articolo apparso sabato 12 aprile sul prestigioso inserto de La Stampa dedicato alla ricerca scientifica. Nella versione on line del quotidiano, nella sezione Tuttoscienze, un titolo faceva bella mostra di sé: «Due astronauti gemelli. La relatività di Einstein alla prova della Nasa».
Qualcuno più malizioso avrà certo pensato alla iattura rappresentata dai titolisti dei giornali che spesso e volentieri danno sfoggio di fantasia, assecondando più la necessità di catturare il lettore che di fornire un’idea, seppure stringatissima, del contenuto dell’articolo. Bene lo sanno i giornalisti e benissimo quelli che si occupano di scienza: la sobrietà lascia sovente il posto a titoli che hanno più il sapore di Voyager (o di Kazzenger) che di Le Scienze.

domenica 6 aprile 2014

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu

Lemaître, il Big Bang e il rapporto fede-scienza


Georges Lemaître
La moderna Cosmologia ci fornisce la visione di un universo in espansione: circa 15 miliardi di anni fa tutto era concentrato in un punto caldissimo e da quel momento in poi l’universo è andato via via ingrandendosi e raffreddandosi dando origine a tutto quello che vediamo intorno a noi. Ma l’ipotesi scientifica di un universo così strutturato è piuttosto recente. Subito dopo la pubblicazione dei lavori di Albert Einstein sulla Relatività Generale, che contenevano un radicale mutamento delle idee di spazio, tempo e gravitazione, alcuni studiosi cominciarono a suggerire che si potesse pensare ad un universo in evoluzione nel tempo a partire da un “istante iniziale”. Tra questi scienziati vi era anche un giovane belga, appena ordinato sacerdote, che ipotizzò proprio l’idea che in origine tutto l’universo si trovasse in uno stato caldo e denso che chiamò “atomo primitivo”. Era il 1931 e quel fisico-matematico si chiamava Georges Lemaître.

lunedì 31 marzo 2014

Erone di Alessandria

La tecnologia nell’antica grecia

Erone di Alessandria
Quante volte siamo rimasti attoniti di fronte ad un disegno di Leonardo da Vinci, stupiti nel vedere rappresentate macchine, automi, ingranaggi, ruote mosse dal vento e apparecchi che utilizzavano l’aria calda per generare movimento. Disegni avvenieristici, testimonianze di una mente geniale che superava i limiti della cultura del suo tempo anticipando il futuro. Forse anticipandolo troppo, se è vero che molte delle intuizioni leonardesche non ebbero successo per la mancanza, ai suoi tempi, della tecnologia adeguata. Ma le cose stanno proprio in questo modo? Sulla genialità di Leonardo non ci sono dubbi, com’è evidente che la sua opera d’ingegnere rimase piuttosto isolata. Il suo, però, non fu un salto nel futuro ma un viaggio in un lontano passato, tra le opere di una civiltà dalla tecnologia molto sviluppata, e fu l’incontro con il primo tecnologo dell’antichità: Erone di Alessandria.

domenica 23 marzo 2014

Spallanzani vs Scopoli

Una controversia scientifica nell’Italia del secondo Settecento

Giovanni Antonio Scopoli
Fare un’importante scoperta scientifica deve essere sempre un’esperienza coinvolgente e inebriante, anche quando l’oggetto di tale scoperta non ha connotazioni romantiche. E sicuramente non le aveva l’animaletto che, agli inizi del 1784, fu per la prima volta classificato da Giovanni Antonio Scopoli, naturalista trentino che ha legato il proprio nome alla Scopolamina, alcaloide ricavato da alcune piante del genere Scopolia. Anche le circostanze del rinvenimento furono piuttosto singolari e poco piacevoli. Come lui stesso narra «questo meravigliosissimo, né mai più veduto, né descritto animale […] fu vomitato il 25 febbraio del 1784 nel Piemonte dalla moglie del sig. Vincenzo Domenico Grandi […] sei ore prima del parto». Dall’analisi che Scopoli ne fece il verdetto fu chiaro: era un verme intestinale, ma di un tipo singolarissimo e mai visto prima. Lo battezzò subito Physis intestinalis.

Nell’opera Deliciae florae et faunae insubricae del 1786 troviamo la descrizione dettagliata di questo «verme dal corpo rotondo, allungato, membranoso e molle», corredata da un disegno che ne illustra i particolari anatomici. E capiamo anche la ragione di quello strano nome: «Prego il lettore di riservare una buona accoglienza al mio verme: e poiché non somiglia ad alcun altro genere di vermi intestinali gli ho dato il bel nome di Physis dal vocabolo greco che vuol dire vescica, giacché il corpo cavo e dilatato di questo verme rassomiglia a una vescica». Galvanizzato da questa importante scoperta, Scopoli dedicò il “suo” verme nientemeno che al presidente della Royal Society di Londra, sir Joseph Banks. C'è chi dedica poesie, romanzi, canzoni... qualcuno dedica vermi. Quello che conta è il gesto.


sabato 15 marzo 2014

Deutsche Physik

Lenard, Stark e la “fisica ariana”

Copertina del periodico AIZ
Goebbels ordina i roghi
Berlino, 1921. Un giovane studente di fisica, incuriosito da un cartello che annuncia una conferenza contro la teoria della relatività, compra il biglietto ed entra. La sala da concerto è gremita di persone, gente comune non solo scienziati e studenti; seduto in un palco vede Albert Einstein: «Non so perché egli fosse venuto, ma sembrava divertirsi un mondo a salutare la gente […] a disturbare lo spettacolo con la sua sola presenza». Lo studente è Leopold Infeld che diventerà uno dei collaboratori di Einstein a Princeton; con lui scriverà L'evoluzione della fisica, un piccolo capolavoro di divulgazione scientifica e sarà uno degli undici firmatari del Manifesto di Russell-Einstein per il disarmo nucleare. Lo spettacolo, invece, è solo una delle tante iniziative promosse da un gruppo di fisici tedeschi volte a screditare l’immagine del grande scienziato.

Mancano ancora parecchi anni all’avvento di Hitler e nella traballante repubblica di Weimar, sorta all’indomani della fine della prima guerra mondiale, già si agitano quelle forze che fanno del nazionalismo la medicina adatta a curare le ferite lasciate dalla sconfitta tedesca. Quale bersaglio migliore per la campagna propagandistica del pacifista, internazionalista professor Einstein, aperto sostenitore della neonata repubblica? E quale migliore occasione di sfruttare i luoghi comuni striscianti nella società tedesca nei confronti degli ebrei?

sabato 8 marzo 2014

Amalie Emmy Noether

La “mamma dell’algebra” in una società ingiusta

Amalie Emmy Noether
All’indomani dell’avvento del regime nazista in Germania, al nuovo ministro che chiedeva notizie sullo stato della matematica all’università di Gottinga, finalmente liberata dall’influenza ebraica, David Hilbert rispondeva: «La matematica a Gottinga? Non esiste più». L’amarezza delle parole di uno dei giganti del XX secolo ci danno la misura precisa di quello che stava avvenendo. Le leggi razziali, oltre che ingiuste e crudeli, furono per la scienza tedesca un autentico sfacelo. Anche se rimanevano a lavorare nelle università tedesche molti scienziati di primo piano (oltre a Hilbert un esempio su tutti è quello di Werner Heisenberg, uno dei padri della meccanica quantistica), dalla Germania fuggirono molti scienziati di origine ebraica (e non) che, già messi nell’impossibilità di lavorare, ora temevano per la loro vita. Einstein e molti altri si rifugiarono negli Stati Uniti. Tra questi anche quella che il matematico russo Pavel Alexandrov definì “il più grande matematico donna di tutti i tempi”: Amalie Emmy Noether.