domenica 6 aprile 2014

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu

Lemaître, il Big Bang e il rapporto fede-scienza


Georges Lemaître
La moderna Cosmologia ci fornisce la visione di un universo in espansione: circa 15 miliardi di anni fa tutto era concentrato in un punto caldissimo e da quel momento in poi il cosmo è andato via via ingrandendosi e raffreddandosi dando origine a tutto quello che vediamo intorno a noi. Ma l’ipotesi scientifica di un universo così strutturato è piuttosto recente. Subito dopo la pubblicazione dei lavori di Albert Einstein sulla Relatività Generale, che contenevano un radicale mutamento delle idee di spazio, tempo e gravitazione, alcuni studiosi cominciarono a suggerire che si potesse pensare ad un'evoluzione nel tempo a partire da un “istante iniziale”. Tra questi scienziati vi era anche un giovane belga, appena ordinato sacerdote, che ipotizzò proprio l’idea che in origine tutto l’universo si trovasse in uno stato caldo e denso che chiamò “atomo primitivo”. Era il 1931 e quel fisico-matematico si chiamava Georges Lemaître.

Al grande Einstein l’idea non piaceva. «Questa faccenda somiglia troppo alla Genesi» disse durante uno dei loro incontri, «…si vede bene che siete un prete». A questo universo in mutamento perenne ne preferiva uno di tipo statico, mediamente sempre uguale a sé stesso ed eterno, senza un inizio e una fine.

Tintoretto - La creazione degli animali

E non fu il solo. Molti altri fisici condivisero le iniziali perplessità einsteiniane. Arthur Eddington, figura dominante dell’astrofisica britannica e maestro di Lemaître, lo invitò alla cautela, sottolineando che un’idea di universo che avesse un principio nel tempo, pur se possibile fisicamente, era “filosoficamente ripugnante”.

Lemaître e Einstein
Richard Tolman, grande esperto di cosmologia relativistica e pioniere in questi studi, scrisse: «Dobbiamo stare estremamente attenti ad evitare che i nostri giudizi siano influenzati dalle richieste della teologia e deviati dalle speranze e dai timori umani». Tolman aveva ragione. Il fatto è, però, che Lemaître non si sognò mai di assecondare richieste teologiche nel suo fare scienza. La teoria del “Big Bang”, come venne chiamata ironicamente dal grande astronomo sir Fred Hoyle che proponeva una teoria alternativa (detta dello “stato stazionario”, con un universo senza un inizio e una fine), scaturiva da uno studio fisico-matematico della teoria di Einstein e non dal desiderio di dimostrare scientificamente la verità delle parole della Bibbia. In più occasioni Lemaître sostenne che non è pertinente pensare che l'ipotesi del Big Bang sia legata intrinsecamente alla dottrina teologica dell'inizio dell'universo: il primo non è un inizio assoluto, ma il dispiegamento di una realtà fisica a partire da un'altra preesistente e sufficiente a sé stessa. Un materialista poteva legittimamente trarre da questi studi la convinzione dell’inutilità dell’idea di un Dio creatore, osservando un naturale processo evolutivo. E nel Conseil Solvay del 1958, l’undicesimo di una gloriosa serie di congressi di fisica, Lemaître si augurò che la sua teoria sull’inizio dell’universo rimanesse «interamente al di fuori di ogni questione metafisica o religiosa.»

Conseil Solvay 1958
Seduti: McCrea, Oort, Lemaitre, Gorter, Pauli, Bragg, Oppenheimer, Moller, Shapley, Heckmann. In piedi: Klein, Morgan, Hoyle, Kukaskin, Ambarzumian, van de Hulst, Fierz, Sandage, Baade, Schatzman, Wheeler, Bondi, Gold, Zanstra, Rosenfeld, Ledoux, Lovell, Geneniau
Ma c’è di più. Alla base della posizione di Lemaître non vi era solo un deciso rifiuto del concordismo, cioè un accordo diretto tra la Scrittura e la conoscenza scientifica, ma la consapevolezza dell’impossibilità di mediazione tra la scienza e la fede al livello concettuale. L'approccio scientifico e quello teologico, per Lemaître, non vanno mescolati e costituiscono, secondo le sue stesse parole, «due percorsi verso la verità», due approcci legittimi, ciascuno con la propria autonomia. Essi possono coesistere nei pensieri di una stessa persona nel qual caso (è stata la sua esperienza di vita) la fede conferisce un peso teologico all'attività di uno scienziato come ad ogni altro lavoro umano, ma non devono essere messi in relazione concettuale tra loro. Lemaître si dimostrò così fortemente contrario ad un dialogo tra la scienza e l'esplicitazione razionale della fede.

Papa Pio XII
La posizione di Lemaître sul rapporto fede-scienza lo portò addirittura a reagire al discorso pronunciato da Papa Pio XII nel novembre del 1951 davanti alla Pontificia Accademia delle Scienze, nel quale il Pontefice sembrava sposare un’idea concordista a proposito della teoria del Big Bang. Era giustamente preoccupato anche di non alimentare le polemiche per un “appoggio papale” agli studi che aveva contribuito a sviluppare, essendo consapevole che ancora non erano disponibili quelle evidenze sperimentali che potessero consentire di scegliere tra le due teorie antagoniste (le prove sull’esistenza di una radiazione cosmica, impronta inequivocabile di un Big Bang, verranno solo negli anni ’60). L’anno successivo, avendo saputo che Pio XII avrebbe tenuto un discorso durante l’assemblea dell'Unione Astronomica Internazionale, chiese di poter essere ricevuto dal Pontefice. Del colloquio non si ha nessuna testimonianza scritta ma il Papa, che conosceva personalmente Lemaître, fu sicuramente sensibilizzato dalle sue argomentazioni: nel previsto discorso non fece alcuna allusione alle teorie scientifiche sullo stato iniziale dell’universo.

Lemaître e Pio XII

Ricordare la figura di Lemaître oggi non è solo ricordare un importante scienziato del novecento. È molto di più. In un epoca di continue “invasioni di campo” e indebite ingerenze nello sviluppo delle scienze, significa ripensare ad un uomo di grande statura intellettuale che ha avuto la saggezza di non cadere nell’inganno di confondere i piani differenti in cui si articolano i diversi discorsi che l’Uomo fa sul mondo. E ha saputo farlo con coraggio, anche da presidente della Pontificia Accademia della Scienze.
Un esempio.


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