venerdì 7 febbraio 2014

Una mummia al giorno …

Antichi rimedi e moderni farmaci

Sarcofago egizio
Sarcofago egizio
«Emicrania? … Tosse? … Mal di gola? Non sono più un problema perché da oggi c’è … la MUMMIA! ». Così avrebbe potuto recitare una immaginaria pubblicità nell’Europa del basso medioevo dove, con l’intensificarsi degli scambi commerciali con il Vicino Oriente, si resero disponibili molti prodotti insoliti per la realizzazione di medicinali, primo fra tutti la mummia egizia. E’ sicuramente sorprendente che si attribuisse a preparati a base di corpi umani imbalsamati e disseccati proprietà medicamentose efficaci contro le più svariate affezioni, dalla paralisi all’epilessia, fino ad essere raccomandati anche per alleviare le passioni amorose (mescolate con acqua di menta … provare per credere!). Ma ancora più singolare è che questa pratica di antropofagia medica fosse accettata da una società europea certo non caratterizzata da abitudini diffuse di cannibalismo: la distanza di tempo così grande dal momento della morte era tale da avere trasformato quei corpi, agli occhi dei più, in meri oggetti dalle potenti proprietà curative.


Medicina medievale
Medicina medievale
Il fascino di rimedi legati ai riti dell’antico Egitto e la tendenza a credere all’efficacia di pratiche mediche un po’ meno cruente e dolorose di quelle largamente diffuse all’epoca, fecero crescere notevolmente la popolarità dei medicinali a base di mummia, incrementandone il commercio a tal punto che nel 1424 le autorità egiziane furono costrette a prendere dei provvedimenti, arrestando persone che vendevano un olio estratto da cadaveri imbalsamati trafugati. E con l’aumentare della richiesta comiciarono a svilupparsi le attività di falsificazione. Molto spesso, invece che mummie provenienti da antiche sepolture, si vendevano agli europei cadaveri disidratati e opportunamente preparati di gente morta nel deserto oppure, addirittura, carne abbrustolita di cammello. Ma non solo dal lontano Egitto proveniva la materia prima contraffatta. Come racconta Ambroise Paré, famoso chirurgo dei re di Francia vissuto nel Cinquecento, le mummie false venivano realizzate anche in Francia, trafugando i cadaveri degli impiccati la notte, per poi prepararli in modo da farli sembrare antichi e venderli a caro prezzo agli speziali come mummie egizie.

Paracelso
Paracelso
Lo stesso Paracelso sostenne che la potenza medicamentosa delle mummie risiedeva in una virtù speciale del corpo umano, per cui la si poteva ricavare anche dai cadaveri dei giustiziati. La cosiddetta mumia patibuli ebbe un notevole successo soprattutto in Inghilterra e in Danimarca fino a tutto il XVII secolo, dando origine alle più strampalate ricette per estrarre sostanze medicamentose.

Già nel Cinquecento, però, alcuni studiosi sollevarono forti critiche alle pratiche mediche che utilizzavano le mummie. Il celebre naturalista Pier Andrea Mattioli segnalò che il termine mummia utilizzato negli antichi testi arabi e greci non si riferiva tanto ai cadaveri quanto ai preparati che si utilizzavano per l’imbalsamazione. E il già ricordato Ambroise Paré sottolineò con forza quanto sostanze del genere potessero nuocere alla salute.

Nonostante questi tentativi l’uso della mummia continuò consistente per tutto il Seicento, annoverando tra i suoi sostenitori intellettuali del calibro di Robert Boyle, medico e chimico, e del filosofo Francesco Bacone. E anche se con l’Illuminismo la popolarità di questi rimedi si affievolì, non scomparve totalmente se, ancora nel 1911, la mummia compariva in un listino prezzi farmaceutico viennese.

Mummia egizia
Mummia egizia
Si potrebbe dire che questo sopravvivere fino all’inizio del Novecento sia un fatto marginale e che ormai è consolidato da lungo tempo un approccio scientifico al problema della produzione di farmaci che ci mette al riparo dai rischi e dalle false speranze di preparati a base “nuove mummie”. Ma è prorpio così? Oggi registriamo un elevatissimo grado di popolarità, alimentata dai media, di metodi di cura cosiddetti “alternativi” (alcuni non meno bizzarri di quelli a base di mummia) che non hanno nessuna validità scientifica ma le cui proprietà di guarigione vengono ritenute reali, anche per un comportamento piuttosto ambiguo e poco razionale di molti professionisti del settore. Basti pensare, ad esempio, al caso dei rimedi omeopatici per i quali non si ha alcuna prova di efficacia ma che troviamo in tutte le farmacie i cui proprietari si affrettano ad esporre grosse insegne con la scritta “Omeopatia”.

Ma almeno questi (ed altri) prodotti senza nessuna validità terapeutica provata non vengono pagati da tutti noi attraverso il Sistema Sanitario Nazionale e chi vuole curarsi con l’acqua se li compra a proprie spese e … buon per lui! Purtroppo, però, esistono altre categorie di farmaci che paghiamo tutti, i quali hanno dato risultati considerati positivi soltanto a seguito di studi effettuati dalle stesse case farmaceutiche che li producono e non da gruppi di ricerca indipendenti. E’ un criterio razionale e scientifico quello di accontentarsi soltanto delle prove di chi ha l’interesse economico (legittimo) che una data medicina venga messa in commercio? Si assicurano in questo modo ai cittadini rimedi efficaci senza alimentare false speranze? No. Tutti i soggetti coinvolti dovrebbero ricordare, come scrive Sergio Della Sala dello Human Cognitive Neuroscience dell’Università di Edimburgo, che questo modo acritico e ingenuo di gestire il problema «è il trionfo della pubblicità sulla razionalità». E che «non esiste una medicina buona e una cattiva, una al servizio del paziente e una cinica e dedita al profitto, una ufficiale ed una alternativa, una ortodossa ed una complementare. Esiste una medicina che si basa sulle evidenze, che valuta i rischi in rapporto ai benefici, i benefici in relazione ai costi, per il bene degli utenti, ed una che si crogiola in dogmatismi ascientifici.»

pubblicato su
Archeologia & Cultura


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